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Vincenzo Turchi

Giurista e patriota risorgimentale (Gessopalena 9 aprile 1810 – Aversa ?).
 

Fra i più valenti avvocati del foro teatino, si distingueva per la scrupolosa analisi dei dati e le rigorose argomentazioni. Per la vasta e raffinata cultura umanistica fu nominato sovrintendente alla biblioteca provinciale.

Ma si impose all’attenzione generale soprattutto per la solida dottrina giuridica, che gli consentì di aprire in Chieti una scuola privata di giurisprudenza. Del diritto aveva il culto religioso dei grandi giureconsulti antichi.

Asseriva: “La giustizia è il primo bisogno, il più sentito, il più universale della società” e “il Legislatore meno un’autorità esercita che un sacerdozio”. Così, quando nei caldi giorni del ’48 si accorse che il governo borbonico era il primo a sottrarsi alla legge non poté trattenere un impeto di ribellione.

Deluso per l’improvvisa abolizione delle garanzie costituzionali appena concesse, accoglieva l’invito dell’amico e concittadino Gian Vincenzo Pellicciotti a manifestare sui fogli di La Maiella il proprio disappunto. Facendo eco al nobile appello alla prudenza di suo fratello, Marino Turchi, che in due lettere indirizzate al giornale aveva ricostruito fedelmente gli incresciosi fatti di Napoli, scriveva: “Noi prudenti saremo, imparziali, coraggiosi….Però la stampa è libera...ond’è che restringere o prevenire la libertà della stampa sotto qualunque colore o pretesto è un conculcare il diritto e la morale”.

Quindi confutava l’illegittimo scioglimento delle Camere, l’indizione di nuove elezioni, la soppressione della Guardia Nazionale; e puntigliosamente smascherava le mire dittatoriali del Ministero che con eccezionali dettati procedeva al vilipendio di tutti gli articoli dello Statuto. Scendeva dunque in campo con le armi a lui congeniali della dottrina giuridica, credendo che la causa, che era tutta politica, si potesse risolvere per le sole vie legali.

Si sbagliava. Negli anni della reazione pagava le conseguenze delle sue esternazioni. Nel luglio del 1850 fu condannato a due anni di detenzione, per istigazione alla sedizione. Uscito dal carcere, non resse alle umiliazioni subite: finiva i suoi giorni nel manicomio di Aversa.

(Nicola Cavaliere)