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Briganti e brigantaggio a Gessopalena

Storicamente il Brigantaggio ebbe inizio all’indomani della partenza per l’esilio di  re Francesco II di Borbone, avvenuta il 13 febbraio 1861.

Appena due giorni dopo si registrarono le prime sollevazioni. Quei ribelli, popolani, furono tacciati dal “marchio di brigante”, dall' idioma francese brigant , cioè delinquente, bandito. Sin dall’inizio la repressione messa in atto dai piemontesi fu violentissima, eppure inefficace.
Il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati ed inviò a sedare i focolari insurrezzionalisti, i suoi ufficiali di maggior spessore. Per diversi mesi non si riuscì a distruggere neppure una banda. Nel 1863, fu istituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta presieduta dal deputato Giuseppe Massari con l’obiettivo  di indicare le cause del brigantaggio. Il responso fu: la miseria delle popolazioni, dovuta ovviamente all’oppressione borbonica che affamava la popolazione. In conseguenza alla relazione Massari fu promulgata la <Legge Pica> che autorizzava lo stato d'assedio nei paesi battuti dai briganti.
Risultato: quasi un milione di morti, 54 paesi distrutti, stupri e violenze inaudite, processi e fucilazioni sommarie. Il fenomeno del brigantaggio ha origine in Abruzzo fin dal 1500, con le imprese di Marco Sciarra. La Majella, con le sue grotte, i suoi valloni e i suoi boschi, era il territorio ideale per nascondersi dalle guardie regie. L'epoca di massima espansione del fenomeno si ebbe subito dopo la conquista, da parte dei Piemontesi guidati da Garibaldi, delle regioni del Regno di Napoli, ossia fra il 1860 e il 1870. I Borboni avevano dominato per secoli imponendo uno stato protezionistico e assolutistico, molto legato al clero. I Piemontesi introdussero invece la leva obbligatoria, le leggi anticlericali, il libero commercio ma anche nuove tasse.

La radice politica in regione sembra esclusa dal fenomeno, che fu malavitoso, derivato comunque dal malcontento dei contadini che vivevano da secoli nell'indigenza e nell'ignoranza. Nel 1863 si erano costituite una decina di bande, armate di schioppi, revolver e stili, e organizzate come veri e propri reparti militari. Ogni componente possedeva un segno distintivo in funzione del ruolo e del grado gerarchico.

Le storie dei briganti ai piedi della Majella sono numerose, molte delle quali, romanzano di banditi  che rubavano ai ricchi per consegnare parte del bottino ai poveri. Di conseguenza l’acquisizione illecita di ricchezze, piccoli e grandi reati, si trasformavano spesso, soprattutto nei piccoli centri, in avvincenti leggende. A volte si raccontava d’uomini feroci con gli abbienti ma generosi con il popolino.

Altre volte si narrava d’uomini sanguinari e temuti da chiunque.

Così era un episodio risaputo quello di Saracaro, brigante originario di Torricella, che aveva sparato ad un uomo, durante una fiera, perché non gli aveva dato la sinistra passeggiando. “Dare la sinistra” era una pratica in uso riconosciuta alle grandi autorità. Tuttavia al di là di queste descrizioni, più o meno veritiere, è accertato che nel territorio il brigantaggio fosse diffuso, ed è documentata la reale esistenza di malfattori di cui i più famosi oltre al citato Saracaro, il più temibile e spietato, erano Morricone, originario di Gessopalena, Mingo Fante, di Torricella e Tavaniello del quale non si conosce esattamente la provenienza.

(Conny Melchiorre)

  • Tradizioni orali raccolte da Vincenzo Bozzi e raccontate per immagini (Come è nato, quando e come è stato realizzato il video)

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