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La prima notizia
dell'esistenza di Gessopalena risale al IX secolo, ed è registrata nel
"Memoratorium" dell'abate Bertario che resse Montecassino
dall'anno 856 all'883. Tra i possedimenti montecassinesi distribuiti tra
il Sangro e l'Aventino si elencava anche il "Castellum de
Gessi".
Un paio di secoli
dopo, nel 1059, una bolla papale di Nicolò II parla del paese come
Gipso de Domo. Tutti i paesi circondari di Juvanum terminavano in
"domo", ed alcuni conservano tuttora questo suffisso:
Montenerodomo, Pennadomo. La bolla di Papa Nicolò parlava della
"pieve di S. Maria", che oggi corrisponde alla chiesa di SS.
Maria Maggiore, interamente ricostruita a fine Ottocento, e che si trova
fuori del masso gessoso che ha dato nome e origine al paese. Questo fa
pensare che l'arroccamento degli abitanti sul masso di gesso si sia
verificato intorno al Mille, in corrispondenza con la dominazione
normanna nel Meridione italiano, di cui a Gessopalena sono rimaste due
eredità: il nome popolare del Paese Vecchio ("A monte per la
Terra", in quanto "terra" significava paese), e la
struttura del piccolo portale dell'Annunziata ( secc. XIII/XIV),
appiccicato settant'anni fa sul lato nord di SS. Maria Maggiore dopo
essere stato asportato dalla chiesetta omonima del Paese Vecchio perché
cadente. I due leoni alati del portale (ma uno ha perso la testa durante
l'asportazione dal sito originale) furono incastrati in alto sui due
lati cadenti dell'arcata gotica, come in altre chiese della zona (vedi
S. Agostino a Lanciano), con una tecnica che il Priori fa risalire
appunto ai normanni.
Secondo Gennaro
Finamore il primo nucleo abitativo fu Valle Sorda, una stradina che
prende a sinistra della biforcazione che ci si trova davanti appena si
oltrepassa l'arco d'ingresso al paese (superstite di un antico
supportico del Palazzo Persiani); tirando diritto, invece, si va per Via
Castello. Se l'ipotesi del Finamore è vera, Valle Sorda (le cui case
furono disgraziatamente abbattute nel 1974) faceva tutt'una con la
"pieve di S. Maria", ed alcuni anziani parlano di una galleria
sotterranea che univa i due luoghi non molto distanti fra loro. In
effetti la "pieve di S. Maria" si collegava con Valle Sorda
tramite Via del Gallo, inglobata dal Palazzo Persiani nei suoi
scantinati nel XVII/XVIII secolo. Finamore ricorda anche l'esistenza di
una specie di torre o arco d'ingresso dopo SS. Maria Maggiore, località
che i gessani all'inizio dell'Ottocento già chiamavano
"Terranova", un toponimo che si è con gli anni sempre più
spostato verso sud, man mano che si edificavano case nuove sull'attuale
Via Peligna. L'arco ricordato dal Finamore era probabilmente il vero
ingresso al paese, che comunque nel 1173, secondo una successiva bolla
di Alessandro III, aveva ancora il castello menzionato dall'abate
Bertario (da cui Via Castello), di cui però si sono completamente perse
le tracce. La via Castello finisce nella parte alta del Paese Vecchio, a
Pie' di Castello, alla cui destra c'è una gradinata che conduce alla
chiesa - di sicura origine medievale - di S. Egidio ( sede di un'abbazia
cinquecentesca), ed alla sinistra una piazzetta - oggi degradata -
chiamata Largo del Principe. Se un castello ci fu, a giudicare da quanto
sussiste, forse si ergeva sulla roccia gessosa scolpita a scantinati e
visibili a destra dopo pochi metri da S. Egidio. Il primo sito che si
incontra su questa roccia scalpellata è la chiesa dell'Annunziata (vi
restano il pavimento con la botola dell'ossario ed un accenno della
parete "a vela " del fondo); i siti successivi sono gli
scantinati probabili di un'abitazione ricca , forse il castello: in tal
caso la chiesa dell' Annunziata poteva fungere da cappella gentilizia.
L'intero territorio
comunale era disseminato di chiese e monasteri, di cui restano i
toponimi e qualche edificio fatiscente. Su Via Castello sono visibili
quattro chiese: a sinistra di chi sale c'è S. Antonio, con facciata
neoclassica, cappella privata della famiglia Tozzi, che sorregge un'ala
della casa quasi tutta distrutta dagli eventi bellici di quasi
sessant'anni fa. La chiesetta fu costruita nella seconda metà
dell'Ottocento in quanto l'originale era franata a valle, trovandosi sul
lato orientale del masso gessoso che da metà Settecento è interessato
da continui smottamenti. Ma dirimpetto a S. Antonio c'è il rudere
imponente di S. Maria del Rosario, che gli anziani del paese ricordano
sempre come rudere, a parte la torre campanaria regolarmente funzionante
fino al 1956. La devozione alla Madonna del Rosario nei paesi cattolici
è successiva alla battaglia di Lepanto del 1571 (cui partecipò un
Giuseppe Persiani di Gessopalena alla guida di un galeone veneziano), e
prima e dopo di allora la chiesa suddetta ha avuto forse altri nomi, fra
le decine e più elencate nelle visite pastorali dei vescovi chietini
tra il 1300 e il 1500. Probabilmente, come suggerisce Nicola Cavaliere,
era questa la chiesa di S. Valentino martire, protettore del paese dopo
le pestilenze del 1656. Dopo il Rosario si incontrano le già citate
chiese di S. Egidio e dell'Annunziata. La prima è rimasta aperta al
culto fino agli inizi del secolo scorso, e qualcuno ricordava fino a
poco tempo fa l'ultima funzione religiosa celebratavi nel 1908: un
matrimonio. Nel 1327 il Beato celestiniano Roberto da Salle fondò, o
forse ristrutturò, il convento di San Giovanni Battista, su cui oggi c’è
la "pelleria", e fra i discepoli di Celestino V figurava anche
Fra’ Rinaldo da Gesso. Al Papa che fece "il gran rifiuto" fu
dedicato un altro monastero, S. Maria de’ Calderali, che prese il nome
di S. Pietro Confessore. Un’abbazia che ebbe vicende travagliate.
Il nome GESSOPALENA
appare dopo il 1481, quando "la terra del Gisso", come annotò
Benedetto Croce, entrò a far parte della "contea di Palena creata
da Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, e da lui donata a Matteo di Capua
e ai suoi discendenti.
La roccia di gesso ha
dato lavoro per secoli a centinaia di gessaroli (da cui "Via dei
gessaroli" tra Valle Sorda e Via Castello): la malta con cui fu
edificata Juvanum proveniva probabilmente da Gessopalena, e tutti i
paesi della zona compravano gesso dai " gessaroli gessani" che
lo trasportavano a dorso di mulo o di asino fin oltre la Majella,
scarpinando sui sentieri di Guado di Coccia sopra Palena. Ci si
improvvisava gessaroli chiedendo una concessione al Comune per scavare e
puoi cuocere, battere e produrre gesso, la cui estrazione era regolata
da un apposito statuto. Si trattava di "lavoratori autonomi"
che bucherellavano la roccia costruendo anche delle fornaci di tutto
rispetto ( qualcuna è tuttoggi visibile col suo carico di gesso ancora
da cuocere), ma non avevano nulla a che fare con le due grosse strutture
che nel secondo dopoguerra squarciarono tutto il lato orientale del
masso (si era nel periodo della ricostruzione, non solo per
Gessopalena), causando un'infinità di crolli alle chiese e alle
abitazioni poste sul ciglio orientale. Così è crollata S. Egidio, ed
anche l'Annunziata.
La struttura " a
rocca" del Paese Vecchio lo difendeva anche dalle pestilenze, oltre
che dal brigantaggio. Sul catalogo dei baroni si parla di un villaggio
su La Morgia, una lama calcarea dirimpettaia del Paese Vecchio, e che si
chiamava Peschio Rotico: sparì dopo una pestilenza di fine Trecento,
quella ricordata dal Boccaccio. Ma Gipso de Domo resistette, ed anche
alle successive epidemie. Tra le sue prime case e quelle prospicienti
SS. Maria Maggiore c'è una via ripida che incrocia il tratto superstite
di Via del Gallo e che termina davanti alla chiesetta di S.Rocco,
ricordata insieme ad altre in una Santa Visita del 1568, e che per la
sua posizione (praticamente all'ingresso dell'abitato, e sui sentieri
che conducevano alle fontane e ai ruscelli, l'approvvigionamento idrico
del tempo), fa pensare ad una specie di luogo di sosta (lazzaretto o per
quarantena ) dei forestieri, oltre che di devozione al santo curatore.
In altri paesi le chiese dedicate a S.Rocco hanno un'ubicazione simile.
A parte i gessaroli,
che non erano sicuramente borghesi, l'attività produttiva era affidata
all'artigianato ( i tomboli di Gessopalena e Pescocostanzo sono
ricordati tra i più tipici dell'Abruzzo), e all'agricoltura con la sua
variante di allevamenti ovini. Nell'attuale Piazza Roma (che si chiamò
Piazza Vicenna fino alla "breccia di Porta Pia" del 1870)
transitava un braccio tratturale proveniente da Torricella Peligna per
Casoli , divaricatosi dal tratturo L'Aquila-Foggia collegante anche
l'Aventino col Sangro attraverso Palena, Juvanum, Torricella e Bomba. Il
piccolo braccio tratturale di Piazza Roma scendeva giù per Via Palazzo,
che ha preso il nome dal palazzo costruitovi dai genitori di Enrico
Finamore, padre di Gennaro, all'inizio del Settecento, stando ad una
tegola salvatasi dalla distruzione di quanto restava dell'edificio -
già intaccato dalla guerra - nel 1974. Ma il Palazzo Finamore era già
"fuori le mura" della vecchia Terra, che tra il 16OO e il 17OO
vide l'edificazione (o la ristrutturazione) di numerose case signorili,
tutte scomparse, fuorchè una, forse la più bella (almeno così dicono
gli anziani che poterono ammirare anche le altre prima della guerra): è
il Palazzo Persiani, all'ingresso del borgo, che copriva la stessa via
di accesso (Via Castello) con un lungo supportico di cui resta solo
un'arcata poco prima della biforcazione per Valle Sorda. Oltre c'era il
già citato Palazzo Tozzi, e proseguendo ancora, sulla sinistra, il
Palazzo Pellicciotti, le cui mura perimetrali sorreggono un calpestio
che da su un immenso belvedere verso la Majella e la Morgia, oltre ad
offrire agli automobilisti provenienti da Torricella un'immagine
fiabesca del lato occidentale del Paese Vecchio. Dirimpetto al
Pellicciotti si osservano dei locali restaurati (scuderia, frantoio,
botteghe) che erano gli scantinati del palazzo Alfieri e di un'altra
famiglia Pellicciotti. Un altro Palazzo, forato da diversi portali in
pietra, era sulla parte terminale di Via Castello, di fronte alle
cantine scalpellate dell'Annunziata e dell'ipotetico castello, che
nell'Ottocento sorreggevano un'altra abitazione privata, la casa dov'era
nato Marino Turchi, studioso e igienista all'università di Napoli. I
Persiani, e successivamente i Finamore, gli Alfieri, i Tozzi , i Turchi
e i Pellicciotti erano i "signori" che dal 16OO e,
soprattutto, dal 17OO facevano e disfacevano la vita locale. Erano i
feudatari ,di cappa ma non di spada (escluso un ramo dei Persiani
trasferitosi altrove), borghesi proprietari dell'intero contado insieme
al latifondo ecclesiastico. Le campagne erano allora coltivate e
frequentate prevalentemente vicino alle chiese ed ai monasteri; il
territorio era quasi tutto boscoso, ed i contadini vivevano ritirati
dentro il paese, in abitazioni poverissime (una o due camere strapiene
di gente e riscaldate dagli animali della stalla sottostante).
La tipologia
architettonica di quasi tutte le abitazioni del Paese Vecchio, infatti,
è estremamente povera: architettura minore, in parte scavata nella
roccia di gesso (qualche esemplare è ancora visibile), in parte
costruita alla meno peggio con agglomerati calcarei raccolti nelle
campagne e impastati col gesso.
Col tramonto della
feudalità (1806, Giuseppe Bonaparte regnante a Napoli), iniziò la
ricerca dei campi da coltivare fra i boschi da tagliare. E' sempre
Finamore a fare, dopo l'unità d'Italia, una descrizione memorabile
delle condizioni di vita dei suoi compaesani villici ("Le
condizioni economico-agricole di Gessopalena").
Nel 1600 le "arti
nobili" sviluppatesi furono essenzialmente l'avvocatura e il
notariato, soprattutto fra alcune famiglie, i Sirolli e i Del Peschio,
successivamente scomparse dai registri anagrafici del paese. In questo
periodo,dal 1580 al 1873, Gessopalena ha avuto un numero altissimo di
notai, ventiquattro, preceduta nell'Abruzzo Citeriore solo da Chieti,
Lanciano, Vasto e Atessa.
Nel 1705 ci fu il
terribile terremoto della Majella, ma i palazzi signorili del Paese
Vecchio furono ristrutturati ed ebbero ulteriori sviluppi per tutto quel
secolo.
Ma ormai la
popolazione tendeva ad uscire dal "portone d'ingresso" di
"a monte per la terra", ed una parte del paese si dilatò
verso sud-ovest, creando i quartieri nuovi di Via del Popolo e strade
collaterali, lì dove nacque Gianvincenzo Pellicciotti, nella casa
paterna adiacente il Palazzo De Liberato-Tilli tuttora visibile.
I nuovi ceti sociali
cercarono l'affrancamento abbandonando il vecchio borgo , dove restavano
ad abitare i nullatenenti, i vecchi "signori" e qualche
artigiano, e dove la vita era piena. Le case fitte fitte e addossate le
une alle altre creavano socialità e promiscuità, con odi e amori
improvvisi o di lunga durata. Fra Paese Vecchio e Terranova si creavano
animosità localistiche, durate fino agli anni Cinquanta del dopoguerra,
soprattutto fra le bande di ragazzini che si affrontavano armati di
sassi, frecce e spade di legno, mimando la guerra che un quindicennio
prima aveva distrutto quasi interamente Gessopalena, a partire dalle
antiche abitazioni di Pie' di Castello fino alle nuovissime case di Via
Peligna.
Dalla bolla papale del
1059 alle guerre fanciullesche del 1959 il masso di gesso era stato
ininterrottamente il fondale della vita di una comunità di paesani.
Dopo di allora fu abbandonato definitivamente dai suoi ultimi abitanti,
e neanche più i ragazzini ebbero voglia di giocarci ancora.
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