Guerra '43

Prefazione
Nota Curatore
Nicola Bellisario
Felicetta Tiberini
Nicola Bellisario
Donato Lannutti
Nicola Santirocco
Giacinta Mancini
Nicola Santirocco
Ernani Tiberini
Cosimo Salomone
Antonio Salomone
Filomena De Liberato
Luigi D'Amelio
Lenuccia Troilo
Donato Lannutti
Don Nicola Masciarelli
Giacinta Mancini
Fiorenza Tozzi
Nicola Scamuffa
Giuseppe D'Amico
TIME 17/1/'44

Nicola Scamuffa

Per nasconderci dai tedeschi, dietro la scuola di Pincianesi avevamo scavato una fossa di quattro metri per quattro, profonda un metro e cinquanta, situata ad un metro dalla mulattiera. La fossa era ricoperta di rami, frasche e terra tolta dallo scavo, su cui avevamo anche seminato del grano. Ci entravamo strisciando attraverso un buco fatto sotto il limite del terreno, largo quanto il corpo di un uomo. Richiudevamo l'ingresso dopo di noi con un ginepro. Sul fondo avevamo sistemato della paglia, e lì dormimmo per molti mesi.

Una volta ci passò sopra un asino carico di fili del telefono, che i tedeschi allungavano nelle vie di campagna per comunicare tra loro. L'asino e due soldati ci passarono sopra senza che accadesse niente. In quei casi, quando si avvistavano dei tedeschi, le nostre donne gridavano una parola d'ordine "Ariminete!", cioè "Tornate!", che era il contrario di quello che dovevamo veramente fare: scappare. Per un periodo di tempo Vincenzo Bozzi, che aveva fatto il maestro a Pincianesi, ci faceva mettere di guardia davanti alla scuola, perché da lì era più facile avvistare da lontano i tedeschi. Questi cercavano continuamente animali da poter macellare; così noi nascondevamo le nostre bestie nelle stalle più lontane dalle abitazioni, oppure costruivamo dei rifugi in mezzo alle boscaglie, mimetizzate alla meglio. Però succedeva spesso che loro le trovassero, e se le prendessero.

In ottobre ci fu un avviso del podestà: tutti i contadini dovevano riportare in paese le loro bestie per darle ai tedeschi. Ad ognuno era stato indicato il numero esatto di bestie da riportare, poiché in quei tempi era d'obbligo che i contadini dovessero rivelare al comune il numero delle bestie possedute. Obbedimmo all'ordine, e ci furono più di cinquecento animali lasciati tra il Girone e San Giovanni: vitelli, pecore, agnelli, maiali, pollame. I tedeschi se li portarono via e con loro presero anche un paio di uomini.

Dopo la distruzione del paese, dal nostro rifugio vedemmo un giorno gli inglesi passare attraverso Pincianesi provenienti dalla Cesa: strisciavano, per non farsi scorgere dai nemici appostati sopra la Morgia. Arrivarono dietro la Morgetta, e si inoltrarono sotto la Morgia, sopra cui era di guardia un soldato. Gli spararono, e i tedeschi scapparono verso Torricella. Da qui, più tardi, cannoneggiarono contro la Morgia; gli inglesi risposero da Piazza Roma di Gessopalena e da San Sebastiano. Il mattino dopo la Morgia fu rioccupata dai tedeschi. Giorni dopo una pattuglia di inglesi si riavvicinò alla Morgia facendo la salita che viene dalle case dei Mascetta. Ci fu uno scontro presso la grande quercia che si vede tuttora al lato nord della Morgia, e morirono cinque o sei militari di ambedue le parti. I tedeschi lasciarono definitivamente la Morgia, che fu occupata stabilmente dagli inglesi. Ogni tanto, da Torricella, arrivavano cannonate. A metà dicembre andai con zio Alfio a scassare un po' di terra intorno al suo pagliaio per mettere le patate, sulla strada che porta a Pastini, a sinistra, dopo il bivio con la stradina che va verso Colle Patacchino. Piovigginava. Ci mettemmo dentro il paghaio a fare colazione con pane e formaggio. Passarono Peppe di Minco Maiuro e Vincenzo di Mirollo con uno carro pieno di pietre, tolte dalla vecchia casa distrutta per ricostruire una masseria a Pastini. Peppe stava tra i buoi e il carro, Mirollo andava dietro il carro. Mirollo chiamò zio Alfio: "Compa', dentro vi siete messi!". Uscimmo per chiacchierare. Allora esplose il carro, le pietre volarono per aria e ci ricaddero addosso e tutt'intorno, Mirollo andò per aria pure lui e non lo vedemmo più. Ci fu un fumo che copri tutto. Noi gridammo, urlammo: "Mamma me'! Compa'! Compa'!". Il fumo si diradò, ma non c'era più nè il carro, nè le persone. C'erano i buoi, vivi, con il didietro annerito. Peppe stava sopra un ulivo, con del letame sotto.

Gli mancava una gamba. Si lamentava: "Aiutatemi...". Arrivò tanta gente dal paese, arrivarono pure gli inglesi, che lo presero da lì sopra, ma morì quasi subito. Di Mirollo fu trovata solo la testa, qualche giorno dopo, in mezzo ad una vigna, vicino alle fonte della Pila. Gli inglesi, dopo, controllarono quel tratto di strada, e vi trovarono una ventina di mine. Peppe di Minco Maiuro e Mirollo vi erano già passati diverse volte.

Dopo la grande nevicata di San Silvestro gli inglesi pagavano cinquanta lire al giorno per spalare la neve. Molti uomini accettavano quel lavoro. Stavamo spalando vicino al terreno dove sono oggi le case di Verre, quando cominciarono ad arrivare le cannonate tedesche da Torricella. Ci fu uno scappa scappa. Morirono alcune persone: uno, il suocero di Minco Cavaliere, portava l'asino lì vicino, in Via Peligna; morirono anche due inglesi più o meno vicino dov'è adesso l'ufficio postale.

La notte dormivamo ancora nella fossa. dietro la scuola di Pincianesi. Una mattina presto di fine gennaio ci svegliammo e sentimmo degli spari. Dopo gli spari vedemmo alzarsi il fumo dalla parte di Sant'Agata. Sentimmo gridare e gridammo noi stessi: "Il fuoco! il fuoco!". Partimmo in due o tre per andare a vedere. Incontrammo una giovane di Torricella che piangeva: tutta bruciacchiata, sconvolta, non ci seppe dire niente. Altre persone ci dissero dopo cosa era successo. Vidi tutto bruciato. In una masseria bruciavano le fascitte nella stalla, che così avevano incendiato la camera di sopra, stipata di persone.

Gli inglesi, in seguito, pagarono degli uomini per seppellire i morti lì vicino.