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| Guerra
'43
Prefazione
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Nicola Santirocco I tedeschi rimasero stabili a Gesso tra fine ottobre e il 30 novembre. Noi giovani tornavamo ogni tanto nelle nostre case, e poi scappavamo di nuovo. In casa di mio nonno Nicola si erano stabiliti alcuni tedeschi comandati da un graduato; altri si erano sistemati in casa Oltremonti, a Via del Popolo, e nella casina Cassio, in fondo a Terranova, in Via Peligna, che allora limitava il centro abitato del paese. Il graduato tedesco in casa di mio nonno vide una mia foto e chiese dove fossi; mia madre rispose che studiavo a Bologna. Una sera tornai. Il camino era acceso. Trovai 1’Obermeister seduto in cucina sull’arcibanco. Mamma mi vide e impallidì. Io dissi "buonasera". Il tedesco si rivolse a mamma e chiese, ironico: "E' lui che sta studiando a Bologna?". Poi mi disse: "Non dovete aver paura di noi, siamo soldati, stiamo facendo una guerra, che a me non piace". La sua famiglia in Germania era di sentimenti socialdemocratici. Poi aggiunse: "Attenti a quelli che verranno dopo di noi. La situazione diventerà davvero difficile". Il 30 novembre uscirono da questa casa e si ritirarono verso Torricella. Alla curva dello Zarrafino fecero saltare la strada. Il 3 dicembre una pattuglia di tedeschi a piedi scese dalla Morgia, prese la mulattiera verso la Cesa e risalì per San Rocco sotto il Palazzo Persiani. Presero la direzione di Casoli, probabilmente per accertarsi dove stessero gli inglesi. Poi tornarono indietro. La mattina del 4 arrivò un camion. Si fermò davanti al Municipio. Mio nonno, come sempre, stava in piedi, in mezzo al portone. Io ero dietro di lui e vidi tutta la scena. Dal camion scesero dei soldati; uno di loro si mise a parlare con il podestà, Benigno D’Orazio, che si rivolse sconvolto verso mio nonno: "Vogliono far saltare il paese! Dov’è Nini? Facci parlare lui!". Ma mio nonno fece di no con la testa. Il tedesco parlava anche un po’ in francese, e al podestà diede 1’ordine di far sgomberare il paese entro due ore: avevano 1’ordine di far saltare le case. La popolazione doveva avviarsi a piedi verso Sulmona, i malati e i vecchi sarebbero stati trasportati sui loro camion. Erano una quindicina di soldati; cercavano pentole da riempire di polvere da sparo. La notizia si diffuse in un lampo per tutto il paese. Cominciarono a minare le case del Paese Vecchio. Cercammo di arrabattare qualcosa di utile da portare via da casa. Mi ricordo che mio nonno si tenne una scatola di cartone sotto il braccio per tutta quella giornata e la seguente. Ci rifugiammo in un casolare nelle campagne sotto casa, alla Canala: eravamo una sessantina. In molti malignavano sulla scatola sotto il braccio di mio nonno, che era stato esattore comunale: "Che ci tieni li dentro? quanti soldi?". "E' una cosa importante" rispondeva lui. Poi scoprii di cosa si trattava: la contabilità della congrega della Madonna de’ Raccomandati. Rimase sotto una quercia per tutto la giornata del 4, con quella scatola sotto il braccio, a vedere le case del Paese Vecchio che saltavano per aria. Dal casolare gli dicevano di andare dentro, di ripararsi, ma.lui rimaneva lì. La sera del 4 i tedeschi si ritirarono a Torricella e ritornarono il 5 per proseguire il loro lavoro. La casa di mio nonno cadde proprio quella mattina: il tetto volò in alto e poi si afflosciò tutto. Lui rimase ancora un poco a vedere il polverone diradarsi, poi si rigirò su se stesso e raggiunse gli altri nel casolare. Quella stessa giornata una pattuglia alleata consistente arrivò da Casoli e si acquartierò nella casa in pietra di Donato Tiberini a Mandre di Sarra. La mattina del 6 dicembre i tedeschi tornarono da Torricella con una motocicletta, un side-car e un camion: volevano completare 1’opera. Gli inglesi salirono da Mandre di Sarre. Ci fu uno scontro sulla salita di Monte Calvario: morirono due tedeschi, che vennero seppelliti lì vicino. Da allora i tedeschi non tornarono più in paese. Però cominciarono a bombardarlo da Torricella e nelle più svariate ore della giornata. Un mattino stavo seduto con Maria su una panchina della piazza. C’erano tutte panchine in pietra, allora. Cominciò un bombardamento da Torricella, e ci rifugiammo dietro un muro di una casa crollata. Quando i bombardamenti cessarono e noi uscimmo da quel rifugio, trovammo la nostra panchina disintegrata da una cannonata. Gli inglesi si stabilirono nel paese, e misero il loro Comando nella casina Cassio. Nominarono quasi subito i Police, una specie di polizia municipale, scelti tra alcuni uomini del paese, tra cui qualcuno ch’era stato in America e parlava un po’ inglese. Nominarono un Consiglio comunale ed un sindaco, Scipio Casari. Per di più crearono un piccolo ambulatorio medico nella casetta Crisostomo, in Via Garibaldi, tra le poche a non essere crollata. L’ambulatorio era tenuto dal medico condotto, Giuseppe Totoro, da don Pietrino Tilli, medico a Roma ma che si trovava a Gesso per le vicende belliche, e due studenti universitari in medicina, io e Nicolino Troilo, che pochi anni dopo divenne medico condotto del paese. Vi era anche un armadio farmaceutico sotto la responsabilità di Maria. Un mese dopo, quando accaddero i fatti di Sant’Agata, i feriti ricevettero un primo soccorso proprio in quell’ambulatorio. Nel frattempo la gente cercava di tornare nelle proprie case, anche in quelle distrutte. C’erano fenomeni di sciacallaggio, spiegabili in quella miseria. Ma le condizioni igieniche precarie facevano temere agli inglesi epidemie diffuse, così nel giorno di Natale 1’AMGOT convocò nella chiesa di Santa Maria Maggiore la popolazione e ordinò 1’evacuazione del paese. La gente reagì in maniera esasperata. |