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| Guerra
'43
Prefazione
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Nicola Bellisario La pressione tedesca aumentava, e si faceva più feroce. La sera, quando ci si sentiva più al sicuro, ci si sedeva davanti al camino, e si pregava tutti insieme. Stavamo nella masseria di Pietro Mattoscio, e venivano anche le donne delle masserie vicine a pregare con noi. Ci si scambiavano storie e ricordo che si parlo di un vecchio ottantenne che nell’ora dell’Ave Maria si toglieva il cappello, abbracciava un albero a forma di croce, e diceva nel suo dialetto:
E si rimetteva il cappello. Bellissimo attestato di fede autentica. Intanto si parlava di politica. Fra di noi non c’erano fascisti o almeno chi si dichiarasse tale, però, in fondo, eravamo tutti ignoranti di politica. Conoscevamo il fascismo e il comunismo, quest’ultimo per opposizione al primo. Avevamo un po’ sentore del liberalismo, più che altro per la massoneria. Eravamo stati tutti educati nelle scuole fasciste. In verità già allo scoppio del conflitto io non approvavo la guerra; ero presidente dell’azionc cattolica, e quando le gerarchie fasciste toccarono il problema religioso contro 1’Azione Cattolica (1938), mi sentii antifascista, anche se in maniere un po’ confusa. Con noi a Pastini c’erano anche due sfollati di San Remo, Lorenzo Pastorini e suo figlio, e due fratelli di Roccascalegna, i Cicchini. Questi facevano dei discorsi di carattere socialista. Uno dei due, anzi, mostrava di avere delle idee molto chiare sul socialismo, e capovolgeva la teoria del regime, differenziando il socialismo dal comunismo. Io dibattevo con lui sul piano filosofico: citavo Marx, il comunismo, e superficialmente distinguevo i vari tipi di socialismo. Era una vera e propria dialettica preelettorale, che però si svolgeva con grande liberta e amicizia. Noi cattolici eravamo i più "vuoti" sul piano politico, ma anche eravamo ben ferrati su quello dottrinale. Parlavamo di Peguy, di Ozanam, di Gide, di Bloy... Cominciarono a passare per quella zona prigionieri inglesi in fuga verso Bari. Uno di loro mi chiese uno schizzo del castello di Roccascalegna che avevo realizzato nei momenti di sosta. Il 4 dicembre ci fu la distruzione del paese. Dal Rio Secco vedevamo le case del paese saltare per aria, e arrivarono subito le folle di persone che avevano perso 1’abitazione. Anche noi sfollati ci prodigammo per venire incontro a tutte quelle persone che avevano perduto tutto, andammo su a dare una mano: c’erano solo pianti e disperazione. Tiravamo fuori le cose che potevamo portare in campagna: letti, materazzi, cuscini, coperte, stoviglie e mobili salvati alla bene meglio dai crolli. Fu presa anche la spia fascista di Paglieta. Che farne? Si decise di formare una delegazione di quattro-cinque di noi, con Cibotti a capo, per consegnare quell’uomo agli inglesi. Ma durante il tragitto fummo presi tra il fuoco degli inglesi e dei tedeschi. Tornammo allora indietro portando anche dei fucili e cartucce trovati nei campi. L’uomo fu rinchiuso in una stanza. Molti volevano ucciderlo. Ma qualcuno di noi, quasi certamente donne, mosse a pietà di fronte a un giovane che era distrutto dalla paura e che piangendo si dichiarava sinceramente pentito e invocava pietà, lasciò volutamente la porta aperta dando modo al prigioniero di fuggire verso sud. Gli altri si arrabbiarono molto ma, in fondo, tutti lo ritenevano un povero esaltato e disgraziato. Oltre a vedere in lui, se fosse rimasto vivo tra noi, una prescnza pesante di cui non ci si poteva fidare, a meno che non l'avessimo ucciso senza un regolare processo. Tale ipotesi, però, venne da tutti esclusa. Verso l'8 dicembre, sapendo che gli alleati erano sul Sangro verso Mozzagrogna, decidemmo di tornare a Lanciano, ma un primo tentativo fallì per i fuochi incrociati tra i tedeschi e alleati sparsi tra Casoli e Altino e gli inglesi a Roccascalegna. L'1l dicembre tentammo nuovamente di passare. Con gli abitanti di Pastini e gli altri sfollati avevamo ormai stretto un legame profondo: quando partimmo, ci mettemmo tutti a piangere. Ad Altino fummo ospiti di un medico dormendo sul pavimento di una stanza, e il mattino seguente ci dirigemmo a piedi e con le scarpe senza suole verso Lanciano. Sul Sangro assistemmo ad un combattimento aereo tra caccia anglo-tedeschi. Ci riparammo dietro un grosso pagliaio, che attutì le schegge delle mitragliatrici aeree. L'esercito alleato attraversava il Sangro e si dirigeva verso Lanciano. Cosi rientrammo nelle nostre case.
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