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| Guerra
'43
Prefazione
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Nicola Bellisario Ero militare a Pisa ove con il nostro battaglione Allievi ufficiali, presiedevamo il campo di aviazione militare. Dopo l'8 settembre 1943 e dopo la dichiarazione di guerra contro la Germania, il mio battaglione fu disperso, cosi come avvenne per tutte le altre unita militari, specie del centro-nord d’Italia. Con un gruppo di amici militari abruzzesi, nel disordine generale, pensammo di tornacene a casa a piedi o con mezzi di fortuna:l’ultimo tratto lo percorremmo chiusi in un carro merci della ferrovia dello Stato fino a San Vito. Arrivammo a Lanciano verso meta settembre: sui muri della città, però, leggemmo un manifesto tedesco che imponeva a tutti i militari italiani di presentarsi al Distretto di Chieti o, per i renitenti, 1’ordine della fucilazione sul posto ove fossero stati trovati. Momenti terribili. Ricordo era il 15 settembre, festa della Patrona di Lanciano, la Madonna del Ponte. Ci recammo in Cattedrale per chiedere consiglio a Mons. Arcivescovo Tesauri (insignito, poi, di medaglia d’argento al Valore) che era vestito con tutti i paramenti sacri per la celebrazione del solenne Pontificale; ci chiese cosa volessimo fare e vedendo la nostra predisposizione alla fuga, ci incoraggiò, anzi ci esortò a non presentarci e di darci alla macchia. Ci inginocchiammo e ci benedisse. Nei giorni seguenti decidemmo il da farsi. Uno di noi, Antonio Cibotti, era originario di Gessopalena e la mamma sua era maestra in contrada Pastini. Così il 5 ottobre prendemmo la Sangritana fino a Casoli, e proseguimmo a piedi per Gessopalena. Proprio quella sera a Lanciano cominciavano a scoppiare i tumulti popolari contro i tedeschi, ma noi non li avevamo avvertiti. Il giorno 6, a tarda sera, ci giunsero voci molto confuse sulla rivolta lancianese e sulle repressioni tedesche. Per la verità, in un primo momento, la gente che incontravamo in quella zona non comprendeva quale fosse la nostra posizione, anche perché era molto disorientata da tante notizie contraddittorie che venivano dalla radio ufficiale e da quelle clandestine. Molti non comprendevano le motivazioni del nostro abbandono dal servizio militare, tanto era impensabile per essi che l’esercito fosse in sfacelo. Ecco perché al nostro arrivo non erano ben predisposti nei nostri confronti: in quel tempo non vi erano ancora i partigiani organizzati né i patrioti per motivi ideali; avvertivamo perciò una certa freddezza nei nostri riguardi, come se volessero dirci: "perché venite qui a nascondervi mentre i nostri ragazzi in armi non sono ancora tornati?". In effetti anche a noi ci aveva colpito l’assenza dei giovani nella zona. La prima notte fummo ospitati nella casa di un amico della famiglia Cibotti. Anche lui rimase sorpreso e perplesso circa la nostra presenza perché non riusciva bene a capire come noi potessimo essere li, venendo meno al nostro giuramento di soldati. Le sue osservazioni ci turbarono perché confermavano la generalizzata incomprensione del valore della nostra presenza, dimenticando che noi avevamo giurato fedeltà al Re e non al regime e che il Re, in quel momento, si era dichiarato contro i tedeschi. Ma il discorso per i più era troppo cavilloso, data la situazione cosi aggrovigliata. Fortunatamente per noi, tutto cambio, anzi si capovolse, quando anche a Gessopalena furono affissi manifesti di reclutamento obbligatorio di tutti gli uomini validi di ogni età. Vi fu un"fuggi -fuggi" e la massa si riverso dove eravamo noi nascosti, nella boscaglia della contrada Pastini. Notizie importanti le avevamo da una radio clandestina che intercettava "Radio-Londra" (non ricordo chi la possedesse). Tutto da quel momento facilitò la nostra clandestinità e divenimmo amici. Il vallone sottostante (Rio Secco) era la zona del nostro nascondimento mentre il nostro dormitorio era la piccola scuola rurale di Pastini. Iniziammo cosi la nostra vita di rifugiati clandestini, che doveva durare un paio di mesi, rifocillati dai contadini che ci aiutavano in tutti i modi. Ora non eravamo gli unici a nasconderci. A metà ottobre i tedeschi fecero una retata nella piazza del paese, cosi come a Casoli e nelle zone vicine, e molti uomini di mezza età scapparono verso Pastini e Rio Secco. Ormai eravamo una squadra numerosa, e questo ci confortava un poco. Mi ricordo 1’aiuto straordinario che ricevemmo dalle donne di Pastini, che sono state semplicemente meravigliose. Le donne di tutte le masserie (Mattoscio, Turchi, Stella, ...) si organizzavano per prepararci il pranzo, spesso fatto con le sagne, sagnarelle, gnocchi e sugo finto. Caricavano tutto sulle ceste, e ci raggiungevano nei luoghi dove ci nascondevamo di giorno: grotte, boscaglia, pagliai. Dove ero io vi era una ventina di sfollati che conoscevo, ma sicuramente eravamo molti di più. Qualcuno di noi aveva il binocolo, e con quello si poteva osservare lontano verso il paese e la mulattiera che conduceva a Pastini: era 1’Avv. Scipio Casari, più anziano di noi, che era anche il nostro punto di riferimento. Il suo era sempre un parere dettato dalla saggezza. Le donne poi avevano inventato un telegrafo fantasioso per comunicare durante il giorno: mettevano delle lenzuola alle finestre quando c’erano tedeschi in giro, le ritiravano quando andavano via. La sera tornavamo a dormire nelle masserie. Ma se sentivamo gridare: "Sciò! Sciò! Le galline!", voleva dire che erano arrivati i tedeschi, e quindi dovevamo squagliarcela. Con tutto questo riuscivamo ad avere notizie dalle nostre famiglie a Lanciano tramite il papà di Cibotti, anziano, che pero era un gran camminatore. Quasi ogni settimana veniva a trovarci. Una sera apprendemmo che gli alleati erano a Termoli. Avvertivamo però anche le razzie dei tedeschi nelle case di Gesso e nelle masserie. Fra di loro c’era anche un giovanissimo fascista di Paglieta, che li guidava. In fondo al Rio Secco scoprimmo dei fili telefonici tedeschi. Qualcuno di noi li tagliò. Poco dopo furono trovati i corpi di due contadini fucilati. I corpi furono composti nella Chiesa della Maddalena. |