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| Guerra
'43
Prefazione
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Luigi D'AmelioDopo l'armistizio tornai a casa, al Lentiero. In ottobre si sentivano le cannonate vicino ad Atessa. I tedeschi giravano sempre in macchina, e noi correvamo a nasconderci. Un giorno sentimmo "I tedeschi! I tedeschi!", che andavano dal paese verso Monte San Giuliano. La sera prima avevamo ucciso il maiale e lo avevamo portato in un bosco. Dal Monte i tedeschi vedevano con il binocolo tutte le nostre manovre. Mi allontanai, e da un rialzo vedevo casa nostra. Dal Monte i tedeschi andarono dritti nel bosco. Presero Peppe D'Amelio. Durante il tragitto a piedi Peppe gettò il cappotto e scappò verso la mia direzione. I tedeschi gli spararono ma non lo colpirono. Io sentii i colpi, venivano dalle vicinanze di casa nostra. Vidi Peppe passarmi vicino e lo chiamai: "Compa' Peppe! che succede?". Mi fece cenno di seguirlo e scappammo insieme per 3-4 km, fino alla casa di Nunzio di Ilario, al confine tra Gesso, Roccascalegna e Torricella. Ci fermammo lì a riprendere fiato. A novembre andavamo a seminare il grano: di notte, per non farci vedere. Stavamo a Calderari a seminare, con le vacche e l'aratro. Una notte passò un aereo tedesco e gettò uno "spezzone" luminoso che rischiarò tutta la zona. Gli inglesi avevano ormai preso Rocca e i tedeschi stavano a Torricella. Si sparavano cannonate fra di loro proprio sopra le nostre teste. Si può dire che noi stavamo sulla linea del fronte. Per questo motivo non vennero sfollati di Gesso nelle nostre masserie: era troppo pericoloso. Solo una famiglia di Torricella abitò qualche tempo nella masseria di Peppe D'Amelio. Un giorno di gennaio passò una pattuglia inglese a piedi. Mio padre parlò con loro in inglese, e gli chiesero se io potevo accompagnarli in cima al Monte, dove avevano il comando nella masseria di Alfonso Troilo. Il giorno dopo li portai al paese, al comando che avevano a Cassio. Uno di quei giorni mi si fermò un camion alleato a fianco, e i soldati mi chiesero dove andavo e perché. Io risposi. Mi chiesero anche chi fosse sindaco a Gessopalena. Risposi: "Scipio Casari". Nicola De Gregorio, che si voleva prendere mia sorella, scoprì una mattina il corpo di un conoscente, riverso sulla strada, poco sotto la nostra masseria. Mi chiamò e lo vidi disteso, morto, con una scure sporca di sangue vicino. Lui andò a chiamare i familiari al Monte, che arrivarono disperati. Chiamammo gli inglesi. Tenevamo mamma malata, e un giorno venne a casa una pattuglia tedesca.. Chiesero a mamma una camera per dormire, e rimasero lì uno o due giorni. Non fecero niente di male. Era brava gente. Mamma era malata di nefrite, a febbraio chiamammo il medico di Rocca, don Casano, che le ordinò delle medicine che si trovavano però a Colledimezzo. Non c'era un mezzo da poterci andare. In paese c'erano i Police che controllavano. C'era solo un punto dove non c'erano i Police: a Ciccuccio, sul fiume Sangro a Piane d'Archi. Lì il ponte ferroviario era stato fatto saltare dai tedeschi, però erano rirnasti i binari, sospesi per aria. Partii da solo e arrivai al ponte. Il fiume era grosso. Mi allungai sui binari e strisciai. A metà cominciò a ballare tutto. Mi scoraggiai. Mi fermai, e poi continuai. Mi dissi: "Stasera qua non ci ripasso". Risali lungo il fiume e arrivai dov'è oggi il lago di Bomba. Mi diressi verso Colledimezzo, dove c'era Gigiotto come Ufficiale postale. Mi recai a casa sua per riposarmi un po'. Presi le medicine in farmacia e mi riavviai. Riattraversai il fiume sotto Bomba, con delle canne in mano per sondare il fondo. A un paio di metri dalla riva opposta, "attentai" che l'acqua era profonda. Mi decisi: lasciai le canne e mi slanciai. Uscii dall'altra parte. Raggiunsi Pennadomo, e mi fermai a bere un quarto di marsala. |