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| Guerra
'43
Prefazione
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Giuseppe D'Amico In contrada Santa Giusta di Torricella i tedeschi avevano ucciso a dicembre due contadini anziani: Giuseppe Campana e Casimiro Di Pomponio, che avevano protestato per le bestie rubate, e quelli gli spararono così, davanti alle loro masserie. Si divertivano a sparare anche da lontano, col fucile a cannocchiale: così colpirono Giuseppe Taraborrelli, per divertimento. Lo portammo in barella a Casoli, passando per le campagne, e si salvò: morì qualche anno dopo. Spararono anche ad un certo Tilli, sfollato da queste parti. Alcuni della contrada decisero di organizzarsi. Ogni giorno una pattuglia di due tedeschi passava per Santa Giusta proveniente dalla Madonna delle Rose, arrivava alla masseria di Vincenzo D'Ulisse, in contrada Di Contre di Lama dei Peligni, e tornava su in paese. Nicola Di Luzio e altri tre-quattro amici si appostarono vicino ad una masseria quando quei due tornavano su, con dei fucili da caccia ed un moschetto che forse Di Luzio aveva preso alla caserma dei carabinieri a Torricella. I due tedeschi, un ufficiale ed un soldato semplice, si erano fermati alla masseria Campana e si presero le galline, le misero dentro un sacco e le caricarono sul 'masto' di un asino. Il soldato procedeva avanti con la capezza dell'asino e l'uffidale seguiva un po' più indietro con un fucile mitragliatore. Io mi misi su un colle più alto ed osservai tutta la scena. Di Luzio mirò col moschetto e sparò: l'ufficiale fece un salto all'indietro, colpito proprio in fronte. Il soldato lasciò l'asino e si buttò in un fosso. Ma Di Luzio conosceva il posto, raggirò il fosso e sparò anche al soldato. I corpi li seppellirono lì. Le piastrine le portò mio padre agli inglesi a Casoli. Il giorno dopo uno di Torricella, che era fascista, passò a Santa Giusta e diceva: "Cosa avete fallo! Vedrete che vi succede!". Dal colle sopra Santa Giusta i tedeschi cominciarono a sparare contro le case e tutto il resto, ma non presero nessuno. Scapparono tutti giù verso il vallone. Io andai a prendere le vacche sotto il monte di Sant'Agata e le portai a San Pasino, al pagliao di Mascetta. Le misi lì e vi restai anch'io, con il mio asino e quello che avevano preso i due tedeschi. Questo accadde il 27 dicembre. Il 28 dicembre scappammo tutti a Sant'Agata di Gessopalena e Pincianesi. La mia famiglia si era rifugiata a Colle Carbone, che oggi chiamano Arcamona, nella masseria di Domenico Lannutti, mio futuro suocero: c'eravamo io, mia madre, mio padre, mia sorella Maria, mio fratello Silvio con la moglie Angela Di Paolo, zia Rosa, nostra cugina Emilia Pellicciotta con la figlia Adriana Coladonato. Mario e Antonio, due miei fratelli, si erano uniti ai patrioti. Anche Di Luzio divenne un patriota. Il 19 gennaio i patrioti mandarono una pattuglia a Santa Giusta per bloccare una pattuglia tedesca che continuava ogni giorno il suo passaggio dalla Madonna delle Rose alla masseria D'Ulisse. Gli inglesi dissero ai patrioti di sparare a quei tedeschi, e loro lo fecero. A Santa Agata, che sta proprio dirimpetto a Santa Giusta, c'erano molti sfollatì di Torricella, e i tedeschi gli mandavano delle cannonate. Una mia cugina, Anna Pellicciotta, se ne andò con la figlia piccola in una masseria dei Lalli Persiani (dov'era soccio Giovanni delle Fischie), e si salvò da quello che accadde dopo. Mia zia venne da noi la sera del 20. Disse che se ne andava a Sant'Agata a fare il pane da Anna, che però non c'era più, ma lei non lo sapeva. Quella sera vennero anche i miei fratelli Mario e Antonio per trattenersi alcuni giorni. Con loro stava Nicola Santarielle di Torricella. I tedeschi bruciarono le nostre masserie a Santa Giusta, nei giorni 19 e 20. Silvio disse: "Domani mattina torniamo a casa a riprendere qualcosa da mangiare, prima che i tedeschi si prendono tutto". In effetti eravamo già tornati parecchie volte a casa: si andava e si tornava prima dell'alba, poiché c'era la neve e le impronte erano visibili da lontano. Anche Nicola Santarielle volle venire con noi. Partimmo verso le 4 del 21 gennaio. Io andavo avanti sulla viarella in mezzo alla neve, Silvio dietro di me, e poi Maria, Angela e Nicola. Un po' prima di Sant'Agata sentii un rumore in mezzo alle ginestre, tra la mulattiera e il sentiero che dovevamo prendere noi. Sarà qualche animale, dissi, e mi fermai. Silvio passò avanti. Nicola si fermò lì: aveva come una premonizione, e restò indietro. Da mezzo le ginestre si alzarono una ventina di soldati tedeschi, armati di mitra e moschetti, con le bombe a mano che gli pendevano dalle ciberne. Ci perquisirono, rimasero due piantonati a controllare noi, e gli altri proseguirono verso le masserie di Sant'Agata. Gli dicevamo: "Lasciateci andare: dobbiamo prendere da mangiare!". Ci rispondevano: "Aspettiamo l'ordine del sergente". Poi sentimmo le bombe e le sparatorie da Sant'Agata. Ci fecero sdraiare e si allungarono anche loro due. Le pallottole fischiavano sopra di noi. Dopo una mezz'ora tornarono due soldati e si misero a parlare con i due rimasti. A noi ci fecero allontanare. Io sentii la parola 'Kaputt!". Ci avviammo con le spalle a loro. Ci puntarono i fucili. Io mi buttai in mezzo alle ginestre, dietro un ulivo, e scappai. Spararono, e sentii nella corsa come un piccolo lamento di mio fratello. Gli avevano sparato alla testa, così pure alla moglie, Angela, e a nostra sorella Maria. Solo a Silvio diedero il colpo di grazia. Poi presero i corpi e li buttarono giù per uno scarrupo. Io feci un lungo giro, tornai alla masseria e dissi ai miei genitori quello che era successo. Uscirono anche loro e ci allontanammo tutti. Appena giorno si vide il fumo di Sant'Agata: avevano incendiato tutto. Ad una certa ora del giorno andammo a vedere i nostri morti. Mio padre si fece fare tre casse da Peppe di Mastr 'Annibale, e li seppellimmo a Gesso. A Sant'Agata la maggior parte dei morti erano bruciati, irriconoscibili. Bruciavano come le candele, per un liquido incendiario che gli avevano buttato sopra. Dopo quel fatto a Nicola SantarieJle venne come una febbre a freddo, e morì l'anno dopo. |