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| Guerra
'43
Prefazione
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Giacinta Mancini Il 4 dicembre a mattina dovevamo fare il pane. Ci alzammo molto presto e ci mettemmo vicino al focolare, in attesa che passasse il fornaio ad avvertirci. Avevo 11 anni, ed abitavo in Via del Popolo. Invece del fornaio sentimmo le voci di tanta gente. Mia madre si affacciò, e Nicolino del Gesù le disse: "Si deve sfollare! Dovete andare via!". Mamma mise tutta la pasta per fare il pane nella tovaglia. Prese un sacco dove infilò un po' di biancheria (ce lo diceva sempre don Pietrino di tenere un sacco pronto per qualsiasi evenienza!), uscimmo, e mamma chiuse a chiave la pporta e mi diede la chiave. Corremmo da nonna Michelina, dove stavano buttando le cose dai balconi. Furono ore convulse. Zio Roberto mi mise addosso un materasso ed un fagotto e mi disse: "Vai verso Benigno"; ma la famiglia stava verso la Canala, nel punto opposto. Così rimasi ferma a guardare la roba già buttata e i due bambini piccoli Mchelirra e Riccardo. Andammo alla Canala, in un pagliaio con altre persone. Io e zia Licia decidemmo di tornare indietro a prendere altre cose, un paio di scarpe, ma fummo investitee da un 'ondata di mattoni e sassi. Ormai sentivamo gli scoppi e i crolli delle case. Solo macerie. Nel pagliaio rimasi scalza perché mi si erano infangate le scarpette che portavo. Cominciò a venirci fame. Nonna Michelina prese una pagnotta di pane e la cominciò ad affettare. Mamma le disse: "E domani cile ci margiamo?". Nonna Michelina rispose: "Pensiamo ad oggi, domani Dio provvede!". Con la pasta del pane che mamma aveva preso con sé la mattina, ci mangiammo una settirnana. Con noi c'erano Antonio Pellicciotti con la moglie e i figli Giacinto, Gilda e Renata. C'erano anche Totò, la moglie e la sorella, Immacolata. Si fece sera, e ci rifugiammo alle Calcare. Con la pasta facemmo delle pizze da cuocere sotto il coppo. Una settimana dopo cominciarono ad arrivarci addosso le cannonate tedesche da Torricella. Noi ci eravamo rifugiati nelle grotte. Una sera Rocco Curci accese una sigaretta, e ci arrivò una mitragliata degli inglesi che stavano sopra il Paese Vecchio. Ci salvammo per miracolo. Piano piano e in gran silenzio tornammo nella masseria. Dopo l'ordinanza degli inglesi, che ci diceva di stare a tre chilometri dal centro abitato, ci spostammo alle Morge, a Valloni. In una sola camera di una masseria dormivamo in quindici. C'era anche zia Felicia, che con una scarpa ammazzava i topi che ci saltavano addosso. Se qualcuno si alzava di notte per andare a fare qualche bisogno, passava sopra gli altri, che si svegliavano infastiditi con qualche imprecazione. Capitava che ci riaffacciavamo alle nostre case, ma Zio Roberto, che si era rifugiato a Macchie, non tornò mai in paese, aveva paura. Fino a quando decidemmo tutti quanti di tornare. Era il 23 febbraio. La casa di nonna Michelina era intatta, e ci sistemammo là. Casa nostra non c'era più. Avevo ancora la chiave in tasca. |