Guerra '43

Prefazione
Nota Curatore
Nicola Bellisario
Felicetta Tiberini
Nicola Bellisario
Donato Lannutti
Nicola Santirocco
Giacinta Mancini
Nicola Santirocco
Ernani Tiberini
Cosimo Salomone
Antonio Salomone
Filomena De Liberato
Luigi D'Amelio
Lenuccia Troilo
Donato Lannutti
Don Nicola Masciarelli
Giacinta Mancini
Fiorenza Tozzi
Nicola Scamuffa
Giuseppe D'Amico
TIME 17/1/'44

Fiorenza Gasbarrini Tozzi

Nel mese di novembre 1943 chiedono ospitalità in casa nostra due profughi (padre e figlio) provenienti da San Remo. Entrano a far parte della nostra famiglia, sono in attesa di varcare il fronte, ma i tedeschi sono fermi a Gessopalena e a Torricella Peligna.

In casa sono state murate varie suppellettili, ma non molte, per non destare sospetti. Di buon mattino i due ospiti vanno in campagna e tornano a notte, così pure gli uomini della famiglia; in casa restano due vecchi ultraottantenni, mia suocera ed io, sposa da pochi mesi. Ogni tanto una visita dei tedeschi: gli scarponi risuonano nella casa; serve loro la stufa e se la prendono, vino e apriamo per loro la cantina.

Siamo in attesa degli inglesi, sono giunti a Casoli a 16 km a sud di Gessopalena, più volte invitati a venire, non si muovono. Una mattina i tedeschi minano la strada d'ingresso al paese e la strada di uscita e si ritirano a Torricella Peligna. Pensavamo dì essere ormai liberi; i nostri ospiti aiutati da alcuni paesani varcano il confine ad Atessa e si dirigono verso Bari; prima di partire ci comunicano che il padre era un internato politico fuggito dal campo di concentramento di Capestrano. Abbiamo corso un bel rischio!

Gli inglesi non arrivano. Il 4 dicembre alle 5 del mattino fummo svegliati da un gran frastuono: un ordine tedesco, dato al sindaco, obbligava a lasciare il paese entro due ore: tutte le case dovevano essere rase al suolo.

Portiamo in salvo prima i due vecchi e poi li abbandoniamo in campagna; per recuperare qualcosa torniamo alla casa. Cosa prendere prima? Grano, olio, biancheria? Chi piange, chi grida, chi corre, chi chiama, chi fugge.

La casa nostra ha un portone imponente, un grande atrio dove una volta sostava la carrozza. Entra un militare delle S.S. e chiede recipienti: caldaie, secchi, contenitori.

Ne racimolai diciotto; altri militari delle S.S. con guantoni ed abiti mimetizzati, faccia gialla per la polvere da sparo, arrivano e riempiono i recipienti con tritolo, li allineano tutti in fila nell'atrio. Eravamo ancora nel palazzo quando udimmo il prirno scoppio non distante da noi; mio marito, mia suocera ed io ci precipitammo da una scarpata così ripida, così spaventosa che ogni volta che la vado a guardare dico: ma come avremo fatto? Un altro boato, un altro ancora, molte macerie ci cadono addosso, una persiana si ferma a pochi centimetri da me; quasi quasi non ho più la forza di camminare e vorrei rinunciare a salvarmi. Uno dietro l'altro si susseguono gli scoppi e dopo un gran polverone le case spariscono nel nulla. Il palazzo nostro ha le mura grosse due metri, sembra resistere perché da lontano continuiamo a scorgere il "Belvedere", una torretta che superava tutte le altre case, ma le mine continuano a rimbombare, fumo, polvere, macerie.

Piove, nevica, in mezzo al fango arriviamo con i vecchi ad una masseria che ci ospita (sei persone). C'è il coprifuoco e non si può tornare in paese. Per due giorni i tedeschi continuano a minare casa per casa, incendiano le stalle, le suppellettili. Il paese è un cumulo di macerie, anche il nostro palazzo è crollato, la torretta ha tre lati sospesi e si mantiene su un solo lato; dovrà essere subito demolita.

Le macerie arrivano al primo piano; i bei mobili antichi sono distrutti, gli sciacalli fanno il resto. Si è salvata la cappella di famiglia, ma il portone si è aperto e la chiesa è piena di mattoni e detriti. Non si può piangere; la vita è salva, forza e avanti. Ci trasferiamo nella masseria di nostra proprietà. Mio marito ed io il giorno torniamo fra le macerie per recuperare qualcosa e spesso passiamo sotto il tiro dei cannoni tedeschi appostati dietro il cimitero di Torricella. Non si calcola né freddo, né i disagi, né la fame: pane e olio è già molto. Il giorno di Natale arrivò nella masseria un internato politico iugoslavo che avevamo aiutato con abiti borghesi e vitto qualche mese prima, e per riconoscenza viene a prenderci per portarci a Casoli; non terminiamo neppure il pasto, i tedeschi potevano venire e deportarci verso il nord. Un triste Natale: pioggia, vento, neve, fango; a piedi in mezzo alle campagne, con qualche coperta addosso, senza parlare, senza lamentarci arriviamo a Casoli che era il rifugio degli sfollati, arrivavano ogni giorno dalle campagne limitrofe coperti da sacchi, senza scarpe: uno spettacolo veramente penoso.

Un giorno vennero a Casoli un gruppo di coraggiosi di Palena e Torricella e chiesero le armi agli inglesi: le ottennero e così sorse la "Brigata Maiella".

A Casoli restammo fino alla prirnavera inoltrata; attaccata alla cappella si era salvata una grande camera sventrata ma passabile per ripararci alla meglio.

Con il coraggio della disperazione riprendemmo a vivere con sacrifici oggi impensabili, ma con lo sguardo rivolto a chi, fra tante peripezie, aveva salvato la vita e la salute: nè un raffreddore, nè una tosse, nè l'influenza.

Il vecchio paese è stato abbandonato, ma la casa di Tozzi è risorta con l'aiuto dello Stato, sopra le macerie di un'altra casa pure rasa al suolo, al centro della Piazza.