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| Guerra
'43
Prefazione
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Filomena De Liberato ScamuffaMi sposai a giungo del '42, e a settembre mio marito Carmine partì militare. Tornò il 28 settembre del '43. Stavamo a Pincianesi, dove abitiamo tuttora. Mi ricordo che un paio di giorni dopo rientrai a casa e non trovai nessuno. Arrivò di corsa una mia comare che abitava lì vicino e mi gridò: "Sono scappati tutti! I tedeschi stanno alla Morgia! Ci hanno messo un cannone!". Io mi sentii persa, non sapevo che fare e poco dopo scappai verso Piana Mazzetta dove trovai tutti quelli della contrada, la mia famiglia la trovai a San Basilio. Nemmeno mio marito mi aveva avvertito. Passata quella giornata, tornammo a Pincianesi nelle nostre case. Ma ormai avevamo sempre paura. Mio suocero aveva comprato due vitelli alla fiera di Castelfrentano. Una settimana dopo arrivarono i tedeschi e se li presero. "Se volete il compenso, venite a riscuoterlo alla stazione di Palena", ci dissero. Ma nessuno di noi ci andò. Gli uomini giovani avevano scavato una grotta per nascondersi e non farsi prendere. In casa di mio padre c'era una cantina che era una specie di grotta: dal pianoterra si scendeva per due camere scure sotterranee situate l'una sull'altra. In quella più sotto nascondemmo il letto, e tutt'intorno alla casa seppellimmo le cose utili: patate, il grano dentro i sacchi con la paglia sotto e sopra, e altre cose. A novembre stavamo seminando il grano a Piana Mazzetta, eravamo una quindicina di persone, quando arrivò Nicola Turchi gridando: "Scappate! i tedeschi stanno qua!". Ai primi di dicembre vedemmo le case del paese scoppiare per aria. Mio marito se ne andò con i patrioti, ma tornò ben presto a casa: "Non ci ho avuto il coraggio" disse. Un giorno uccidemmo il maiale di mio padre: lo stavamo cuocendo, e si presentarono quattro tedeschi. Mio padre scappò e si nascose su una quercia. Avevamo una parola d'ordine, in quei casi: "Metti gli gnocconi!". I tedeschi si sedettero a tavola con noi e mangiarono. Poi cominciarono a cacciare fotografie delle loro famiglie indicavano i figli e le mogli e dicevano: "Kaputt!", e piangevano. A casa nostra c'erano dodici sfollati di Torricella, di Santa Giusta. Mangiavamo spesso la polenta. Quando successe il fatto di Santa Agata, passarono i patrioti del paese e chiamarono Carmine per andare a vedere. Fu allora che mio marito non volle più fare il partigiano. Qualche tempo dopo noi donne eravamo andate al mulino a Ciclone, dove adesso c'è il lago. Stavamo macinando, quando ecco arrivare tre o quattro tedeschi. Ci dissero di andare con loro. Eravamo impaurite, e una di noi dava fuori di testa. Ci fecero sbucciare patate, verdura e cipolle per fare una minestra. Ce la offrirono anche a noi. Poi ci riportarono al mulino con un po’ di sale ciascuna. I nostri uomini si arrabbiarono con noi anche Carmine se la prese con me perché ero andata con i tedeschi, che invece non ci fecero niente. Ci rispettarono. Passata quell'ondata, andammo a riscavare il letto e le altre cose seppellite; ma le patate, il grano, la carne erano tutti fradici, non ci si ricapava quasi più niente. La prima notte che dormimmo nel letto (ero incinta di tre mesi), sentimmo sparare dalla Morgia. Volevamo scappare, ma poi finimmo per restare là. Eravamo stanchi di scappare. |