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| Guerra
'43
Prefazione
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Donato Lannutti A settembre del '43 alcuni giovani di Macchie ricevettero le cartoline di richiamo per presentarsi al comando tedesco. Erano appena tornati chi dalla Russia chi dalla Francia. Mio cugino Domenico Lannutti s'era fatto due mesi a piedi da Tolone per tornare a casa, e due giorni dopo essere arrivato ricevette la cartolina che gli diceva di ripartire. Stefano e Donato Salomone erano appena tornati dalla Russia, e così altri. Molti contadini volevano anche rifarsi contro il podestà per le cose subite negli ammassi del grano, dell'olio e di altro che avvenivano anche prima della guerra. Poi si ebbero notizie che i tedeschi, non ancora arrivati a Gessopalena, volevano dal Comune un censimento di tutte le bestie che c'erano e dei prodotti agricoli posseduti dai proprietari terrieri. Così potevano rastrellare tutto. Si creò molto malcontento in giro. Io ero molto giovane, avevo 16 anni, ma mi univo con i più grandi e partecipavo ai loro discorsi e condividevo le lamentele. I più accesi erano Belindo Tiberini e Stefano Salomone. Eravamo un gruppo di quindici-sedici uomini, e parlavamo anche con i giovani delle altre contrade, di Fini in particolare, finché un giorno decidemmo che dovevamo fare qualcosa. Una mattina partimmo verso il paese, decisi a tutto. Eravamo molto risoluti, eccitati, ma non avevamo bevuto niente. Non facemmo la provinciale, come era d'abitudine, ma andammo campagna campagna. Dalle Macchie passammo al Fosso, e da qui alle Calcare, proprio sotto Ammonte per la Terra; risalimmo per l'Atriena, lungo la Cesa, e finalmente riuscimmo sulla provinciale proprio sotto Colle de' Grilli, al serbatoio. Lì c'era il palo con i fili del telefono, e decidemmo di tagliarli. Mi ci arrampicai io, e li tagliai. Così nessuno poteva più telefonare ai carabinieri a Torricella. Da qui ci dirigemmo verso il paese, prendendolo dal punto opposto da cui ci eravamo mossi. Eravamo una trentina, con i giovani delle altre contrade pure. Per prima cosa andammo al dopolavoro fascista, che si trovava dov'è adesso il Bar Italia: vi entrammo di forza, buttammo fuori tutte le carte che vi trovammo, ed anche la radio, che zi' Peppe di Magnachela spaccò con alcuni colpi di bastone. Al Palazzo di don Nrico c'era una camera che era la sede del partito fascista. Vi salimmo e facemmo la stessa cosa. La gente che stava in mezzo al paese ci seguiva e ci diceva che facevamo bene. Mentre stavamo dirigendoci al Municipio, arrivarono anche carabinieri. Uno del paese, Peppino Troilo, gridò loro: "Sparate! sparate a questi mammocci!". C'era un carabiniere che sembrava intenzionato a farlo, ma sentimmo il maresciallo che gli diceva. "Vuoi rimanere al camposanto di Gessopalena?", e così non accadde niente. Entrammo quasi tutti nel municipio dove non c'era nessuno fuorché Luigi di Mastro Michele, il bandista. Decidemmo di buttare fuori tutte le carte dello Stato civile, e cominciammo a farlo. Due-tre di noi non erano d'accordo, e Luigi Lullo pure si oppose ma gli tirammo addosso un paio di libri, e si calmò. Buttavamo tutte le carte dal balconcino in ferro battuto della Guardia Nazionale che stava al vecchio municipio, e man mano che cadevano, quelli che stavano sotto gli mettevano fuoco. Più tardi abbiamo riconosciuto che avevamo fatto una cosa sbagliata. ma allora ci sembrava giusto: eravamo esasperati. Verso le undici e mezzo del mattino avevamo finito tutto. Ci prendemmo anche dei fucili da caccia che stavano depositati lì al municipio, uscimmo con quelli a tracolla, e ce ne tornammo giù verso le Macchie e le nostre case. Da allora a noi rimase il detto "Quelli delle Macchie", per voler dire che eravamo un po’ testecalde. Ma quella sera non ci fermammo alle Macchie. Proseguimmo verso il fiume, un po’ vicino a Palombaro da dove sentivamo ogni tanto sparare, poiché vi si era formato un gruppo di patrioti, ma noi non ci unimmo mai ai patrioti. Dormimmo qualche notte all’aperto, sotto gli alberi. Poi rientrammo alle nostre case. Nessuno ci disse mai niente. Dalle Macchie si vedeva il fumo nero del1’incendio di carte che durò due-tre giorni. Bruciò tutto, fuorché 1’anagrafe, che invece volevamo incendiare più delle altre cose. |