Brigata Majella: Intervista a Domenico Troilo

Tu sei stato vice-comandante della "Brigata Majella", e di questa formazione partigiana eri il responsabile militare. Ma al di là della cronistoria della "Maiella" già sviscerata da vari studiosi e da te stesso in diversi interventi giornalistici e altro, quello che mi interessa far conoscere oggi e la motivazione che spinse 56 anni fa un giovane come te, poco più che ragazzo, ed altri coetanei a prendere le armi e contrastare l’esercito tedesco. Nessuno di voi, credo, per motivi cronologici aveva – come si diceva anni fa - una chiara coscienza antifascista.

Bisogna tornare con la mente a quello che fu 1'8 settembre, per l'Italia ed anche per questo nostro territorio, che era diventato terra di nessuno.

Tu però non partivi da zero. Voglio dire che, anche se giovanissimo, avevi fatto delle esperienze militari.

Ero stato in Libia e Cirenaica, e quindi avevo già fatto un anno in Africa. Il caso volle che mi trovassi a Roma proprio il 25 luglio, e vissi tutto quello che ne seguì. Poi i miei superiori mi mandarono a Torino, e fu lì che mi prese l'8 settembre.

Da Torino tornasti al tuo paesello.

Sì, non si obbedivano più ad ordini, non c'erano più autorità che davano ordini. Mi rendo conto che per i giovani d'oggi è difficile capire questo fatto, ma fu un fatto di una gravità inaudita: non c'era più lo Stato.

Tornasti a Gessopalena con i mezzi di fortuna che toccavano a tutti i militari che allora volevano tornare alle loro case. Però nel Sangro-Aventino c'erano già i tedeschi.

Sì, ma erano pochi, e inizialmente non diedero alcun fastidio. Sì può dire, anzi, che si giocarono stupidamente la simpatia della popolazione: ricordo che i primi tre tedeschi arrivarono a Gessopalena con una moto side-car, e si fermarono in piazza Garibaldi, sotto il gelso che c'era allora Mi trovavo lì, mi avvicinai e li invitai a bere qualcosa alla cantina di Panittillo all'angolo. Sembrava tutto normale, se normale poteva definirsi la situazione generale.

Sembra un po' strano che i tedeschi restassero così a lungo in queste zone

La spiegazione è invece semplice: l'Aventino, in particolare, è un territorio morfologicamente rugoso, adatto ad una guerra di posizione. Il reparto tedesco che lo presiedette nei mesi dal '43 al '44 non era numeroso, ma ben addestrato, e si muoveva con una certa agilità da un paese all'altro, da una zona all'altra.

C'è da dire che gli alleati se la presero anche un po' comoda nel venire a liberare i nostri paesi.

Dal loro punto di vista avevano ragione. Sai cosa mi dissi un ufficiale inglese dei servizi segreti, Lamb, con cui rimasi in contatto per tutto il periodo iniziale della guerra partigiana? Che per fare una macchina ci vogliono cinque minuti, per fare un uomo ci vogliono vent'anni. Erano prudenti. Non stavano combattendo a casa loro. Non fecero come i canadesi a Ortona.

Torniamo al tuo primo incontro - pacifico, diciamo così - con i tedeschi. Quanto durò questa apparente tranquillità?

Molto poco. I primi sentori di quello che stava realmente succedendo li avemmo nel vedere bruciare le contrade di Civitella Messer Raimondo (Selva) e di Lama dei Peligni (Corpisanti). Andavamo a Piedicastello a vedere gli incendi. Cominciavamo a pensare che quelle cose potevano succedere anche a noi. Se ne parlava, e basta.

Cominciarono le ruberie?

Sì. Dopo i primi tre sul side-car, ne arrivarono altri che cominciarono a razziare nelle masserie e nelle case. La gente pensò di murare i suoi beni, o di seppellirli se stavano in campagna.

Qualcosa di simile era accaduto un centinaio di anni prima, al tempo del brigantaggio.

Sì, la storia si ripeteva, ma purtroppo ebbe risvolti più tragici.

Voi giovani come reagivate?

Come gli altri: si scappava nelle campagne. I tedeschi iniziarono rastrellamenti di uomini validi per scavare trincee a Roccaraso. Anch'io mi rifugiavo nella zona di Pastini, come tanti altri giovani. I contadini avevano il timore di vedersi portare via le bestie, così le uccidevano: si mangiò molta carne, quell'inverno, nelle campagne di Gesso.

Il podestà?

Si comportò bene: cercava di far perdere tempo ai tedeschi, tirava le cose per le lunghe.

E arriviamo alla distruzione del paese, ai fatidici 4 e 5 dicembre del '43. Dove ti trovavi?

Abitavo in casa di Davide D'Amelio, il maestro di musica alle Casette. La mattina del 4 dicembre mi svegliò Giuseppe Altobruno, che mi parlò un po' convulsamente dei tedeschi, e ce ne andammo verso Colle Patacchino, come avevo fatto altre volte. Ma quella volta fu diversa. Fummo richiamati dagli strilli di alcune donne, e quando scendemmo ci fermarono i tedeschi: a mani alzate fummo tastati per vedere se nascondevamo armi, e poi lasciati andare. C'era anche l'ordine di sgomberare tutto in un paio d’ore. Io tolsi le porte e le finestre da casa e le misi oltre il muretto che recintava il terreno conosciuto allora come l'orto di zi' Francisco, dov'è ora l'ufficio postale. Formai un riparo sotto cui restammo un paio di notti. Piovigginava, c'era una nebbiolina dovunque. Le abitazioni delle Casette avevano le mura spesse, antisismiche, che resistettero alle mine dei tedeschi. La caso di Mastro Davide ebbe meno danni delle altre perché la mancanza di porte e finestre aveva tolto gli ostacoli alla potenza delle mine.

Ma quel giorno vivesti una tragedia famigliare. Ne vuoi parlare?

La mattina del 5 dicembre vennero a chiamarmi perché non si trovava mia madre, che abitava in Via Castello. Andai a Piedicastello con dei parenti. La trovammo sotto un mucchio di macerie. La tirammo fuori e mi accorsi che le avevano sparato: una raffica di "Smeiser", una mitraglietta tedesca, l'aveva raggiunta in pieno viso. Non so cosa fosse successo realmente. Forse si era ribellata all'ingiunzione di qualche militare, che le sparò. Le costruimmo una bara con le tavole del letto, e la portammo in cimitero. Non era possibile passare per la strada solita, ricoperta di macerie all'inverosimile così facemmo un sentiero di campagna, verso la Pila. Nelle notti seguenti mi rifugiai a Pastini.

Ti scattò allora la molla della ribellione?

Io pensavo già prima che qualcosa bisognasse fare per alleggerire la situazione. Ne parlavo liberamente con Vincenzo Tilli, più grande di me di alcuni anni.

Ma come si concretizzò il fatto? Insomma, come diventasti un partigiano?

Dopo la distruzione del paese uno dei primi che mi si mise dietro dicendomi che bisognava "fare qualcosa" era Vincenzo Troilo, originario di Monte San Giuliano. Questa contrada, insieme a Coccioli, era la più esposta alle razzie tedesche da Torricella, e i giovani che vi abitavano i più insofferenti ed i più motivati ad agire. Arrivarono degli inglesi: mi ci presentai con Vincenzo Troilo e dissi loro che volevamo collaborare, cioè andare in giro a portare informazioni. Le prime armi me le diede un ufficiale inglese, Vincenzo si prese uno "Smeiser". Cominciarono ad armarsi anche gli uomini validi di Coccioli e di Monte San Giuliano con fucili da caccia ed armi tedesche. Me li ricordo tutti. Facevamo piccole pattuglie di avvistamento, ed arrivavamo fin sotto Torricella, presidiata dai tedeschi. Spesso arrivavamo ai "tre confini" di Gesso, Torricella e Roccascalegna, ma ci capitava anche di spingerci fino a Colle dell’Irco, molto sopra Torricella, che aggiravamo percorrendo i sentieri campagnoli. Cominciavamo a conoscere gli spostamenti dei tedeschi, che erano molto abitudinari: facevano sempre gli stessi percorsi.

Eravate l'unico gruppo partigiano di Gessopalena?

Sì. Per la verità in paese c'era anche un gruppo dì Colledimacine, guidato da un certo Salvati, proveniente da Casoli, ma era inattivo.

In quanti eravate?

Venti o venticinque, in gran parte inesperti di armi. All’inizio insegnai loro a farle funzionare e a tenerle pulite tutti i giorni: li facevo sparare molto, per abituarli al suono delle armi Al gruppo si aggiunsero anche giovani del paese.

Foste testimoni di Sant'Agata?

Ci recammo a vedere cosa fosse successo la mattina stessa in cui si diffuse la notizia. I tedeschi, ovviamente, erano spariti. Ricordo lo strazio di quei corpi, l'odore della carne bruciata.

Fino ad allora non ci fu uno scontro con i tedeschi?

Il nostro era un fronte aperto. I tedeschi si muovevano molto, però mancavano di un supporto logistico e di rifornimenti. Dopo Sant'Agata, alla fine di gennaio, abbandonarono Torricella. Ci andammo noi, e fummo i primi. Nel pomeriggio del giorno dopo arrivarono gli inglesi. Non trovammo nessuno in paese: solo cani morti, case abbandonate, porte sfondate. La parte vecchia del paese era distrutta. La farmacia era aperta, con i medicinali sparsi per terra. La prima notte organizzai una piccola difesa del paese, mettendo qualcuno di guardia sul campanile e in altri posti. Con noi vennero anche i giovani di Colledimacine.

Ma in tutto questo periodo, come vi organizzavate per il vettovagliamento?

Ci si arrangiava. Si portava un po' di farina o altro dalle proprie case, e a Torricella si prendeva un po' di roba da mangiare dove la si trovava: per terra nelle case abbandonate. Più tardi furono gli inglesi a rifocillarci, ma i primi tempi furono eroici anche per questo: non c'era niente di organizzato.

Cosa accadde ancora a Torricella?

Dopo l'arrivo degli inglesi il mio gruppo doveva andare a Colledimacine e quello di Salvati a Fallascoso. Salvati mi propose uno scambio; loro erano di Colledimacine, e la richiesta era comprensibile. A Colledimacine non trovarono nemici così salirono sul campanile e fecero suonare le campane. Un' azione molta azzardata. Infatti alcuni tedeschi stavano a Cesapiana, e spararono contro Colledimacine e il campanile. Scapparono tutti. Cinque o sei di loro vennero a Fallascoso, dove stavo io col mio gruppo, gli altri sparirono. Salvati non l'ho più visto né sentito.

Fallascoso fu un vostro avamposto per diverso tempo.

Quando vi arrivammo, trovammo dei giovani che si aggiravano fra le case: gli altri erano scappati. Da quel giorno cominciammo il presidio di Fallascoso, tenuto da noi Gessani e da quei giovani del posto che vi avevamo trovato. Subimmo molti attacchi tedeschi, ma resistemmo. Il nostro piccolo quartiere stava nel Palazzo ducale, sulla cima del paese, ma scavammo delle trincee sulle alture dirimpettaie, dominate da spezzoni di massi calcarei, in modo da poter prevenire gli avvicinamenti avversari.

Operavate di vostra iniziativa?

Eravamo sempre collegati con gli inglesi, che una volta ci dissero di tornare a Torricella, più difendibile, ma io non volli obbedire. Quando i tedeschi si avvicinavano, eravamo sempre noi i primi a sparare: il gruppo dei Gessani era diventato ormai ben addestrato.

Dopo lo scontro di Pizzoferrato i partigiani della "Maiella" dovettero rassegnare le armi agli Inglesi

Ma noi no. Il mio gruppo rimase sempre armato, e ci fecero presidiare Fallascoso fino ad aprile. Comunque fu a febbraio, dopo Pizzoferrto, che anche noi confluimmo nella "Majella" e un ufficiale mi nominò vice-comandante e responsabile militare

Di quel periodo passato a Fallascoso ricordo le nottate trascorse in una camera del Palazzo ducale, a dormire su tre sedie, ma sempre pronto ad uscire e controllare quello che facevano gli altri: erano poco più che ragazzi, inesperti e facile preda del sonno.

Fosti testimoni di un episodio tragico.

Un episodio che vissi in una nottata di pattugliamento spinto fino a Selvoni di Montenerodomo (Grotta del Lupo), al confine col territorio di Pizzoferrato. Tirava un vento gelido, e c'era ancora molta neve. Mi venne voglia di accendermi una sigaretta, e mi avvicinai ad una stalla li vicino. Diedi un calcio alla porticina, e dentro vidi una donna sdraiata a terra, uccisa da una falciata di mitra e attorno a lei i suoi tre figli, uccisi anche loro. Lei era incinta. C'erano tedeschi che non avevano pietà di nessuno.

Quella donna si chiamava Domenica Di Lullo, aveva 39 anni, e l'episodio accadde nella notte del 25 marzo. Fu un massacro gratuito e crudele.

E inutile. Come la guerra. Come tutte le guerre.