Di Sergio Melchiorre |
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Caro Franco, ho scelto deliberatamente di pubblicare questa
lettera, dopo molti dubbi e qualche perplessità, sul sito di Gessopalena, dopo
che ho parlato con Luciano Troilo, quest'estate, su la panchina della
"Piazza" che si trova davanti alla Chiesa della Madonna dei
Raccomandati…
Passo 20 giorni in Abruzzo, sepolto tra le macerie di un passato che non mi
appartiene più, rivedo le persone che parlano un'altra lingua (si fa per dire),
sento il desiderio di dimenticare il "confort", la televisione, il
computer, il cellulare, l'acqua calda e tutte quelle piccole cose che costellano
la nostra esistenza e la rendono più "piacevole".
Passo delle ore, seduto su una panchina della "Piazza", vicino ai
giochi, a scrutare ogni angolo di strada, ogni screpolatura dei muri di gesso,
ogni viso, ogni espressione per ricordare, e rivivere con la mente, quei pochi
momenti di felicità che ho vissuto a "Lu Jïs". Vado spesso a
"Monte della Terra" per ammirare il paesaggio che circonda il nostro
paesello, filmo il lago di "Sant'Angelo", la Majella, la Chiesa di San
Rocco, il gessificio, il mare che fa capolino all'orizzonte e le nuvole che
passano inesorabilmente nel cielo azzurro.
Durante l'inverno, quando la pioggia si mischia alla perenne nebbia della Val
Padana, rivedo quelle immagini al videoregistratore e capisco, forse
tardivamente, il valore ed il significato delle cose. Ma è dentro le mura
robuste della "Casa di mamma" che vivo le contraddizioni più forti:
sento il bisogno di chiudere gli occhi, lentamente, e vedere correre per le
scale Licia, Mirella, mamma e papà… Il vocio dei componenti della mia
famiglia si mischia agli odori del cibo, al sapore delle pietanze, al fumo delle
sigarette di papà, allo squillo del telefono, alla "trombetta" di zio
Berardino, alle litigate di Cicco e Lucia, alla paura del terremoto, alle
discussioni, ai pettegolezzi…
Riapro gli occhi e mi rendo conto che la vita è troppo importante per sciuparla
con le incomprensioni, le parole "sbagliate", i "silenzi",
le rivendicazioni personali… Il tempo cancella i ricordi e rende
irriconoscibili i contorni entro i quali sono custoditi, sbiadisce le parole
sussurrate, mai pronunciate, e danno spazio agli errori commessi, all'odio e
alla cosa più sconvolgente, che è l'indifferenza… A dire il vero, caro
Franco, in mezzo alla miriade d'immagini che costellano il mio passato, devo
fare uno sforzo notevole con la mente per ricordarti da vivo, anche se abbiamo
passato molto tempo insieme…
Il tuo suicidio, inspiegabile, che ha preceduto di qualche giorno la morte di
mia madre e di qualche mese la nascita di mio figlio, ha offuscato il ricordo
del periodo "verde-oliva" che abbiamo passato insieme a L'Aquila,
all'interno degli stanzoni gelidi della Caserma Rossi… Ricordo soprattutto
l'aria che respiravamo insieme, "frizzante" come un buon bicchiere di
Montepulciano d'Abruzzo, quando facevamo la guardia a "Telespazio", i
tuoi capelli biondastri che erano quasi sempre spettinati, a causa del vento che
soffiava dalla Majella, ed i tuoi occhi straordinariamente azzurri, che
fissavano il cielo per dare un senso alle "cose inutili" che ci
obbligavano a fare…
Ricordo anche di averti visto, una volta, durante il cambio della guardia, ma
non so più se era sotto l'effetto dei "Cordiali" che bevevo spesso in
tua compagnia o un segno premonitore della mia immaginazione, pregare in
ginocchio, all'interno dell'altana dove un alpino si era tolto la vita in un
momento di disperazione… Le lunghe passeggiate d'agosto che faccio per il
paese, con Gianfranco, Aurelio, Gianni e Giuseppe, non sono più le stesse…
Si finisce sempre con il parlare dei momenti che abbiamo passato insieme a
discutere di politica, di ragazze e… del bisogno "epidermico" che
sentivi di fare un lungo viaggio… Non ho saputo interpretare i tuoi messaggi,
le tue richieste d'aiuto, il tuo dolore…, la tua voglia di andartene in punta
dei piedi…
Il dramma umano, che circonda il mistero della tua morte, ha seppellito, forse
per sempre, le motivazioni che ti hanno indotto a cercare la morte in quel modo
così plateale…
Hai voluto, forse, farlo nel modo più doloroso, per dare paradossalmente
sollievo alla sofferenza che accompagnava il tuo tormento? É un dubbio e un
tormento che ci accompagnerà per sempre….proprio come il tuo ricordo.
Sergio Melchiorre